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Essere arborei. Una scoperta tardiva

di Vincenzo Guarrasi

Negli ultimi cinquant’anni mi sono dedicato con passione agli studi antropologici e geografici. Ho cercato così di mettermi in sintonia con il mondo variegato delle società e delle culture umane. Negli ultimi anni – fin dalla sua costituzione – ho fatto parte del Dipartimento Culture e Società dell’Università degli Studi di Palermo. Ero, e sono, fiero di questa denominazione. Essa contiene una grande conquista: l’umano si può cogliere soltanto attraverso la molteplicità delle culture e delle società. Non è patrimonio esclusivo di un gruppo umano, magari più ricco, istruito e potente degli altri. La conseguenza implicita, ma evidente, è che per ogni cultura che scompare l’umanità si impoverisce. Perde in varietà e complessità. Nessuna singola società può compendiare in sé – come il mondo occidentale ha a lungo preteso – tutto il repertorio dei saperi, delle tecniche, delle competenze e delle abilità che l’universo delle esperienze umane è in grado di esprimere.

Nel 2011, approdavo così a una consapevolezza, che allora mi appariva come grande saggezza, e la esprimevo in una formula sintetica, che sapeva di aforisma: esseri umani, essere umani. Ne La città cosmopolita. Geografie dell’ascolto concludevo certe mie riflessioni con queste frasi che riassumono il senso di un lungo processo di ricerca:
“In una società cosmopolita l’arte di ascoltare si completa, dunque, con la capacità di tradurre. Per esercitare l’arte dell’ascolto nella società cosmopolita è necessario tradurre da una cultura all’altra, da una lingua all’altra: l’ascolto è un atto e un’attitudine, che si sviluppa in ambienti polifonici, in cui voci e sguardi si incrociano; in luoghi in cui il meccanismo di costruzione dell’identità, attraverso l’invenzione dell’altro, si sdoppia disegna attorno ai soggetti impegnati nell’interazione un’ellissi con due fuochi; in situazioni di vita, contingenti e imprevedibili, in cui l’orizzonte si torce due volte e genera, come avviene nel Nastro di Moebius, uno scambio continuo tra il dentro e il fuori, parti del sé e parti dell’altro.

Mentre la politica, l’economia e il diritto elaborano nuovi linguaggi per esprimere e normare le forme emergenti della società cosmopolita, e le stesse scienze sociali e territoriali adattano i propri apparati teorici e metodologici alla sfida della società del presente, ciascuno di noi può provare a muoversi entro le pieghe della vita urbana ed esplorare le inediti dimensioni dell’agire comunicativo, seguendo le duttili strategie suggerite dagli attori sociali nel concreto divenire dell’esperienza quotidiana.” (Palumbo, Palermo, 2011)

Questo brano – e il mio pensiero di allora – era permeato da alcune parole che ne riassumono il senso: interazione umana, contingenza, società del presente, divenire. I singoli esseri umani non venivano concepiti in astratto, ma nell’interazione con gli altri. Tale interazione è il fuoco dell’attenzione e la nozione di luogo assume non la centralità – non sarebbe coerente – ma una sorta di nodalità. Nessun agire umano può essere compreso se si prescinde dal contesto. Ed ecco scaturire una filastrocca, il mantra, con cui ho tormentato le ultime generazioni di allievi:
“Il luogo è un evento. Qualcosa che accade quando due o più esseri umani si incontrano …” Il resto ve lo risparmio.
Lo so. Voi leggete queste frasi e avvertite qualcosa che manca. Lo avvertivano tutti, anche allora. Io solo non me ne accorgevo. O meglio, me ne accorgevo, ma mi ostinavo a difendere la mia sofferta conquista. Il distillato del mio discorso. Ma come, mi dicevano, tu sei geografo – ho preteso di insegnare geografia per più di trent’anni – e identifichi i luoghi con l’interazione umana? E dove è finito il contesto, l’ambiente fisico, che di questo sistema di relazioni costituisce una componente essenziale?
Semplice, intuitivo, quasi scontato. Non per me. C’è voluto un evento, l’incontro con una persona, per rimettere tutto in discussione. Per avviare un nuovo sofferto apprendistato. Questa persona si chiama Giovanna Soffientini, e da lei ho imparato a vedere ciò che prima mi sfuggiva. Sono diventato più attento agli insetti, alle piante, agli alberi. Ho cominciato a soffrire per le ferite, le offese, che questi esseri continuamente patiscono. Contrariamente a me, Giò – la chiamo così familiarmente perché questa donna ha commesso l’imprudenza di sposarmi – ha un senso che definirei naturale di compassione. Letteralmente: patire con. Il suo corpo e la sua mente patiscono le violenze che continuiamo ad inferire all’esistenza degli altri esseri viventi, come strappi della sua pelle sottile e delicata.

Io da allora mi sono sottoposto, come dicevo, a un lungo apprendistato. Ho provato a colmare il divario. Mi sono buttato a capofitto nella lettura di due autori, Emanuele Coccia e Stefano Mancuso e due libri. Il primo, che per me è stato una specie di rivelazione, è “La vita delle piante. Metafisica della mescolanza” di Emanuele Coccia (Il Mulino, Bologna, 2018). Il secondo, in ordine di lettura, “La nazione delle piante” di Stefano Mancuso (Laterza, Roma-Bari, 2019). Quest’ultimo con la sua stringente semplicità mi ha costretto a cambiare paradigma.

Un evento amoroso e due letture importanti e, vi assicuro, sono cambiato. In questo campo non ho nulla da insegnare agli altri. Solo da imparare. Tra gli altri annovero, però, anche le piante e gli alberi. Non è molto, lo so. Per me, comunque, è tanto. E quando mi trovo di fronte alla magnificenza di certi alberi, vorrei essere arboreo anch’io e percepire la loro saggezza. Per intanto, mi soffermo ad ascoltare lo stormire delle fronde. Prima o poi capirò qualcosa anch’io.

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